“A noi ESG non si applica. Siamo una PMI.”
È la frase che si sente più spesso quando si parla di ESG con una platea di PMI. Ed è vera, almeno dal punto di vista normativo. La tassonomia europea, la CSRD, gli obblighi di rendicontazione non finanziaria: nella loro forma diretta, oggi non riguardano la maggior parte delle piccole e medie imprese italiane.
E fin qui, tutto corretto. Ma c’è un dettaglio che cambia (radicalmente) la prospettiva.
L'ESG arriva alle PMI attraverso le banche
La banca di quelle stesse PMI è obbligata! Gli istituti di credito sono soggetti vigilati e devono già oggi classificare i propri portafogli in base alla sostenibilità, valutare i rischi climatici delle imprese a cui prestano denaro, rendicontare la quota verde dei loro impieghi. Per fare tutto questo, hanno bisogno di dati. Dei dati di quelle stesse PMI.
Quindi succede una cosa interessante: l’obbligo non arriva direttamente alla PMI per legge, ma la raggiunge comunque, indirettamente, sotto forma di questionari, nuovi criteri di valutazione del merito creditizio, condizioni meno favorevoli per chi non è preparato.
Così oggi si vedono imprenditori sorpresi quando il loro istituto di riferimento ha iniziato a chiedere informazioni sui consumi energetici, sulla gestione dei rifiuti, sulle politiche verso i dipendenti. “Ma a noi ESG non si applica…”. Tecnicamente sì, praticamente no.
Un imprenditore si lamentava che la sua banca gli aveva appena inviato un questionario ESG da compilare. Un’azienda da un milione di euro di fatturato. Una PMI concreta, come ne esistono centinaia di migliaia in Italia. Il questionario chiedeva cose precise: quante tonnellate di CO2 emette la tua azienda tra Scope 1, Scope 2 e Scope 3, dati lato Social e Governance e piani di azione climatica. Non aveva nessuna di queste risposte.
Le banche stanno iniziando a chiedere questi dati in modo sistematico a tutte le PMI, dai correntisti a chi deve accedere al credito. Chi non ha un piano di azione climatica, chi non monitora le proprie emissioni, chi non sa rispondere a queste domande partirà già svantaggiato.
Il punto non è la sanzione. È il credito
Il rischio concreto non è una sanzione. È più sottile: un rating ESG assente o basso può tradursi in condizioni di credito meno competitive, o in un trattamento meno favorevole rispetto a chi si è già strutturato. Con le nuove linee guida EBA sui rischi ESG, questo scenario non è futuro. È già presente.
Non si tratta di diventare un’azienda green per moda. Si tratta di non farsi trovare impreparati quando la banca bussa, perché prima o poi bussa.
Quindi il concetto “A me l’ESG non riguarda”, che è quello che oggi pensano molte PMI, ed è comprensibile, perché l’ESG viene spesso presentato come un obbligo normativo, un report complesso, qualcosa da grandi aziende, nella realtà sta già entrando nelle PMI, in modo indiretto: le banche iniziano a considerarlo, i clienti lo richiedono nelle filiere, i partner lo utilizzano per selezionare i fornitori.
E qui nasce il problema. Non essere pronti significa:
- rincorrere le richieste;
- lavorare in emergenza;
- perdere opportunità.
Il punto però è ancora un altro. L’ESG NON è un documento, come pensano le PMI. È un sistema di dati.
Se hai i dati, controlli, prevedi, migliori le decisioni. Se non li hai, subisci.
È per questo che oggi il vero tema non è “fare il report” ma costruire un sistema semplice che integri: numeri economici, numeri ESG e scenari futuri.